10) Schopenhauer. Dal fenomeno alla cosa in s.
A. Schopenhauer osserva che ci che chiamiamo realt pu essere
conosciuto in due modi diversi: come rappresentazione da parte di
un soggetto ma anche come Volont (cosa in s).
A. Schopenhauer, Il mondo come volont e rappresentazione, I, 18
(vedi manuale pagine 127-128).

In effetti, il senso tanto cercato del mondo, che mi sta
unicamente dinanzi come mia rappresentazione, oppure il passaggio
da esso, come pura rappresentazione del soggetto conoscente, a
quel che pu essere ancora oltre di ci, non si potrebbe
assolutamente mai trovare, se l'indagatore medesimo non fosse
nient'altro che il puro soggetto conoscente (alata testa di angelo
senza corpo). Ma in quel mondo egli ha le proprie radici, vi si
trova, cio, come individuo, ossia il suo conoscere, che  la
condizione dell'esistenza del mondo intero come rappresentazione,
si opera per sempre mediante un corpo, le cui affezioni, come si
 mostrato, sono per l'intelletto il punto di partenza
dell'intuizione di quel mondo. Per il puro soggetto conoscente, in
quanto tale, questo corpo  una rappresentazione come tutte le
altre, un oggetto fra oggetti: i suoi movimenti, le sue azioni non
sono, sotto questo aspetto, conosciute da lui diversamente dalle
modificazioni di tutti gli altri oggetti intuitivi: esse gli
sarebbero egualmente estranee e incomprensibili, se il loro senso
non gli fosse per avventura svelato in un modo del tutto diverso.
Altrimenti, vedrebbe svilupparsi la propria azione con la costanza
di una legge naturale sui motivi che le si offrono, proprio come
le modificazioni degli altri oggetti sono regolate da cause,
stimoli, motivi. Ma non comprenderebbe l'influsso dei motivi pi
di quanto comprenda il nesso di ogni altro effetto, che gli
appaia, con la rispettiva causa. Egli continuerebbe allora a
chiamare una forza, una qualit, un carattere a piacere, l'intima,
per lui incomprensibile essenza di quelle manifestazioni ed
operazioni del suo corpo e non spingerebbe oltre lo sguardo. Ma le
cose non stanno cos: al soggetto del conoscere, che appare come
individuo,  data la parola dell'enigma: e questa parola 
volont. Questa, e questa sola, gli d la chiave per comprendere
il suo proprio fenomeno, gli manifesta il significato, gli mostra
l'intimo meccanismo del suo essere, del suo agire, dei suoi
movimenti. Al soggetto della conoscenza, il quale per la sua
identit col corpo si presenta come individuo, questo corpo  dato
in due modi del tutto diversi:  dato come rappresentazione nella
intuizione dell'intelletto, come oggetto fra oggetti, e sottomesso
alle leggi di questi; ma  dato contemporaneamente anche in un
modo tutto diverso, ossia come quel qualcosa direttamente
conosciuto da ciascuno, che la parola volont esprime. Ogni vero
atto della sua volont  immediatamente e immancabilmente anche un
moto del suo corpo: egli non pu volere realmente l'atto, senza
accorgersi insieme che esso appare come moto del corpo. L'atto
volitivo e l'azione del corpo non sono due diversi stati
oggettivamente conosciuti e collegati dal legame di causalit, non
stanno tra di loro nella relazione di causa ed effetto: sono
invece un tutto unico, ma si danno in due modi affatto diversi:
nell'uno direttamente, e nell'altro mediante l'intuizione per
l'intelletto. L'azione del corpo non  altro se non l'atto del
volere oggettivato, ossia penetrato nell'intuizione.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1971, volume
diciannovesimo, pagine 625-626.
